Valutazione di genere del Cio, i medici sportivi avvertono: “Si fa un passo indietro di 30 anni”
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“L’iniziativa del Cio rappresenta solo un progresso nella ricerca, ma non rende il sistema della competizione sportiva equo: una serie di problematiche significative continuano a essere trascurate”. Il professor Luigi di Luigi, docente di endocrinologia presso l’Università del Foro Italico, affronta al congresso dei medici sportivi in corso a Roma il tema della scelta del Comitato Olimpico Internazionale di reintrodurre i test di genere per gli atleti. Questa questione è centrale anche in vista delle Olimpiadi di Los Angeles, seguendo la direzione auspicata dal presidente americano Trump. “In questo modo si sta tornando indietro di 30 anni”, notano molti.
Il professor Luigi Di Luigi evita affermazioni sensazionalistiche e concentra l’attenzione sulla questione scientifica riguardante la ricerca promossa dal Cio sul gene sry (Sex-determining Region Y), che è responsabile dell’attivazione dello sviluppo sessuale maschile. Questa tematica è diventata cruciale a seguito delle controversie relative alla partecipazione di atleti transgender o con iper-androginismo nelle competizioni femminili.
“Prima di tutto – spiega all’Ansa – è fondamentale distinguere tra il problema dei transgender e quello dell’iper-androginismo e dei disturbi della differenziazione sessuale: il provvedimento li affronta in modo uniforme e con pari rilevanza, ma si tratta di due questioni del tutto distinte. La prima è principalmente ideologica, culturale, etica. Al contrario, la questione rilevabile tramite l’antigene sry, alla base della decisione del Cio, rappresenta solo una frazione delle situazioni ‘critiche’. Nei test si perdono tutte quelle patologie in cui le atlete possiedono cromosomi femminili, ma che, a causa di malattie, le pongono nelle stesse condizioni delle atlete per le quali viene identificato l’iper-androginismo.
Per garantire giustizia, equità e onestà, o si devono affrontare anche tutte le problematiche simili non individuate dall’antigene sry, oppure è meglio non fare nulla.
Tutti o nessuno, in sostanza. E quali sono le disposizioni previste dal protocollo del Cio? Non è chiaro. Esistono soggetti che risultano positivi all’antigene sry, eppure sono totalmente donne: questo può accadere in presenza di alcune malattie. Il Cio afferma ‘io ti trovo positivo e poi ti analizzo’, ma il problema deve essere affrontato prima, non dopo; c’è anche una questione di coerenza. Manca un po’ di scientificità e completezza”.
Quindi, considera questo sistema arbitrario? “Non è affatto chiara la scientificità dei criteri adottati per ammettere gli atleti alla competizione sportiva. Non è definito. Non si specifica in quale situazione sia permesso gareggiare, sia che si tratti di una malattia o meno. Né si chiarisce agli atleti se avrebbero potuto ricevere cure da piccoli per poter competere successivamente. Gli atleti desiderano sapere se, dopo la visita medica, esista la possibilità di gareggiare. La domanda è semplice: ‘Se si fosse sottoposta a cura da giovane, Imane Khelif, anche in caso di positività al test, avrebbe potuto gareggiare?'”.
Esiste la volontà di accontentare Trump in questo processo? “Quando si discute di questi argomenti, può succedere che l’ideologia indirizzi verso un’opinione piuttosto che un’altra, influenzata da pregiudizi ideologici. Tuttavia, la questione è più complessa – sottolinea Di Luigi – Riguardo ai transgender, la problematica esiste perché da maschio si diventa femmina. Trump lo ha detto, ma avrebbe potuto affermarlo chiunque altro. Scientificamente, esiste una base seria su questo tema. Per quanto concerne l’altro aspetto, quello delle patologie, la questione è differente. Si tratta di malattie che devono essere scoperte, diagnosticate e, quando possibile, curate. Questo deve avvenire in primo luogo per la salute dell’atleta e, in secondo luogo, per l’equità nello sport.
Perché – conclude Di Luigi – i test del Cio non coprono tutti i possibili quadri clinici relativi a iper-androginismo e disturbi della differenziazione sessuale: ne coprono solo una parte – spiega – e nemmeno quella più rappresentativa…”.