Fabregas e il Como: «Crescita troppo veloce, non è ancora la normalità»

Cesc Fabregas con Daniele De Rossi
Magari stasera attorno alle 23 il Como si scoprirà solo in testa alla classifica come mai è successo nella storia, ma questo non solleverebbe stupore, come se avessimo ormai fatto l’abitudine alla sua nuova dimensione (dopotutto, nell’anno solare solamente l’Inter ha fatto più punti) incasellandola in una normalità che però Fabregas rinnega, «perché siamo cinque-sei anni avanti, il processo di crescita è stato troppo veloce. Dopo che abbiamo vinto a Napoli i miei facevano festa come se avessimo conquistato una coppa, segno che per noi queste non sono ancora cose normali. Se avessero vinto loro, sarebbero andati a casa contenti di aver battuto il Como e niente più».
Però è proprio “colpa” di Fabregas se sul lago, dove l’acqua sembra sempre ferma e fa sembrare fermo tutto quello che c’è attorno, il tempo si è messo a correre in quel modo. «Appena tre anni fa toccavo il mio ultimo pallone a Cittadella» ricorda, senza essersi tolto dalla testa il gol che sfiorò nella partita dell’addio: se avesse segnato il Como sarebbe andato ai play-off, magari avrebbe conquistato la Serie A un anno prima, magari senza Cesc in panchina e magari la storia avrebbe fatto un altro giro, invece di prendere questo slancio di inaudita velocità che ha portato il Como in Champions («Ma prima c’è il Genoa, il loro stadio è una bomboniera, il tifo meraviglioso, De Rossi un grande») senza passaggi intermedi eppure, al tempo stesso, senza crisi di crescita. «Ma adesso», diceva al Maradona, «qualcosa dovremo concedere. Avremo tante partite in cui gli altri in partenza avranno 80 possibilità su 100 di vincere. Dovremo capire come il nostro 20 può diventare il 99,9».
A Como sono sicuri che gli riuscirà anche questa conversione, benché servirebbe pure qualche inciampo, qualche musata istruttiva se non addirittura educativa, perché «io qui non sono solo un allenatore, ma un formatore, sono ancora tutti bambini». Ma accidenti se anche loro crescono in fretta. Guardateli a Napoli: hanno giocato un tempo a modo loro e un altro arroccati in difesa come mai prima, e senza vergognarsene. «Non si può essere sempre happy flowers» cioè felicemente spensierati. La velocità della crescita impone adattamenti altrettanto rapidi, così ha battuto Allegri con le sue stesse armi — «il blocco basso» — dopo esserne stato battuto a gennaio. «L’ho imparato in quella partita con il Milan, giocavano benissimo, pensavamo: vincere vincere vincere, calcio calcio calcio», poi gli allegriani gli fecero fatto tre gol, agli happy flowers, e tanti saluti. La sensazione è che non ricapiterà.
Il sogno scudetto
Se il Como sia da scudetto o meno, in città non è un tema né Fabregas ha intenzione di introdurlo: può rallentare un attimo, godersi il presente. Mercoledì Cesc ha ricevuto il premio come allenatore dell’anno e forse l’unico limite del Como è l’assoluta aderenza tra club e tecnico, perché Fabregas è azionista, sceglie i giocatori, educa i tifosi, pianifica la logistica (il centro sportivo riadattato in base alle sue direttive, il prato del Sinigaglia allargato), cementa i rapporti: ieri ha convocato a Mozzate tutti i dipendenti del club per condividere con loro il premio vinto la sera prima, «perché non è solo mio ma di chi lavora qui ogni giorno: dietro a ogni riconoscimento individuale c’è sempre il valore, l’impegno e la passione di una squadra intera». Ma senza Fabregas, che squadra sarebbe?