Guardiola e Mourinho, due giganti a confronto: strategie per affrontare il passare del tempo.
C’è stato un periodo, circa dieci anni fa, in cui José Mourinho sarebbe riuscito a far sì che qualsiasi calciatore si gettasse nel fuoco per lui, mentre Pep Guardiola avrebbe convinto i suoi a credere che il fuoco non esistesse, o nel caso fosse presente, non scottasse. Per entrambi era fuoco, ma uno lo utilizzava per forgiare un gruppo sotto assedio, l’altro invitava i suoi a studiare la combustione. Per questo motivo sono stati così straordinari e così diversi. Hanno difeso le loro squadre dalla paura adottando due approcci opposti, chi puntando sulla virilità e chi cercando di smontarla.
Ora che il fuoco si sta estinguendo, come accade inevitabilmente a tutti, è il momento di decidere il modo migliore di invecchiare, un processo che non implica solo l’accumulo di anni, né la perdita dei capelli o il cambiamento dell’aspetto, ma anche la consapevolezza che alcune cose non torneranno mai come prima, persino certe gioie.
(afp)
Entrambi stanno attendendo il momento più opportuno per rivelare cosa intendono fare alla prossima curva, l’ultima, la penultima, chi può dirlo. Ci arrivano nuovamente divergingo, Pep lasciando un frammento di storia che ha contribuito a costruire, José ritornando indietro di qualche passo come nel gioco dell’oca. Guardiola invecchia per sottrazione, abbandonando il Manchester City dopo il ventesimo trofeo, il quarantunesimo per lui, sempre che nel conteggio non si sia perso un pezzo per strada. Con lui esiste questo rischio. Mourinho invece si presenta per esposizione, in modo visibile e teatrale, quasi più crudo, concepito da Florentino Pérez come l’uomo della provvidenza, l’Ego della bilancia all’interno del turbolento spogliatoio del Real.
Esiste una dimensione quasi liberatoria nell’invecchiare. Puoi smettere di aspirare a essere tutte le persone possibili. Puoi comprendere meglio ciò che ti rappresenta e ciò che non lo fa. Significa anche avere meno tempo da sprecare, come afferma Jep Gambardella. Non sempre è consolante, ma talvolta aiuta. Guardiola ha vissuto in una continua ricerca di qualcosa, e potrebbe essere che alla fine abbia compreso cosa. Ha avuto su di sé una febbre pedagogica, prima per se stesso, poi verso gli altri. Ha creato un modo estremo di giocare a calcio e lo ha imposto al mondo, ma quando il mondo lo ha imitato, lui si è spostato di lato, smentendo, tradendo l’immagine che aveva di sé. Ha cercato una forma superiore di gioco, e un’altra, e un’altra ancora. È stato nel calcio con l’idea di aver scoperto ogni volta la stanza segreta della bellezza e di volerci condurre tutti dentro, anche a costo di diventare insopportabile. Oggi appare più affaticato, ma non finito, forse consumato dalla sua stessa precisione.
Così lui stacca la spina e Mourinho aggiunge energia. Un’ultima sublime contraddizione che confonde chi è stato più dinamico in sole due squadre e chi è rimasto fermo cambiandone otto. José continua a utilizzare gli stessi strumenti di sempre, anche se li riconosciamo prima che producano effetti. Ora quando provoca sembra una citazione. Ha avuto più difficoltà a tradire se stesso, intrappolato dalla sua grandezza. D’altronde è più complesso rinnovare il “noi contro tutti”. I club sono cambiati, la comunicazione è mutata, i giovani non ne parliamo. Ma la sua maschera persiste, persiste e nasconde il resto. È l’uomo che derideva gli zero tituli eppure non conquista un campionato dal 2015. È passato per l’autore della frase secondo cui «chi sa solo di calcio non sa niente di calcio», eppure non ha mai trattato d’altro. È stato Pep a riempire il proprio cammino di canzoni, di cinema, di politica, fedele alla sua inquietudine. È invecchiato nel suo labirinto, Mourinho nel suo personaggio, entrambi in modo coerente con ciò che erano quando non si sopportavano. Uno si consuma perché desidera ancora capire, l’altro grida perché desidera essere creduto. Dopo ogni fuoco, rimane la malinconia della cenere.