Antonio Pesenti, il felino che si arrampicava sui pedali

Antonio Pesenti, il felino che si arrampicava sui pedali 1

Il Giro d’Italia è paragonabile all’arca di Noè, con i corridori che ricordano insetti, uccelli e mammiferi. Si raccontano storie di atleti soprannominati come animali: è il tema scelto dalla Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza per la decima edizione di “Libri nel Giro”. Sei episodi e una serie di incontri durante la Corsa Rosa. Il primo evento si svolgerà martedì 12 maggio presso il Liceo Ignazio Vian di Bracciano (Roma), con la partecipazione del giornalista Marco Pastonesi, del naturalista Umberto Pessolano e del sindaco Marco Crocicchi.

Antonio Pesenti, il gatto che saltava sui pedali

Iniziò da piccolo, a piedi, come “il mulo di Zogno”. Per il suo carattere, silenzioso e persino burbero, poco incline a mostrarsi. Proseguì da adulto, in bicicletta, come “il gatto di Zogno”. Infatti, in salita saltava sui pedali, pedalava con resistenza, si arrampicava con forza, andava veloce. Antonio (chiamato affettuosamente Tone) Pesenti, originario di Zogno, in Val Brembana, una terra di cartiere e manifatture, di fabbri e ciclisti, emigrò in Francia in bicicletta, partecipò a diverse gare, ottenne buoni piazzamenti e si carico di entusiasmo, continuando anche al Tour de France, quello del 1929 (quando aveva 21 anni), con iscrizioni, trasferimenti, alberghi, trattorie, una valigia che consegnava alla partenza e riprendeva all’arrivo, tutto a proprie spese, e continuò fino a quando il manubrio si ruppe, sostituendolo con un manico di scopa, ma poi si ritirò. Ne trasse insegnamento.

Nel Giro d’Italia del 1930 conquistò una tappa, diventando il primo bergamasco di una lunga tradizione. Nel Tour de France del 1931 si classificò terzo nella graduatoria finale. Nel Giro d’Italia del 1932 vinse un’altra tappa e si aggiudicò il primo posto nella classifica generale. Da Milano, arrivo dell’ultima tappa, a Bergamo fu una passerella: “Un lungo corteo di automobili”, “a ogni incrocio è d’obbligo una sosta”, “al casello della città bisogna fendere la folla”, “la nostra vettura – prosegue il resoconto su “L’Eco di Bergamo” – e quelle del seguito sembrano piccole imbarcazioni in un mare di gente” finché “dobbiamo ripetere il salvataggio della maglia rosa utilizzando mezzi rapidi per aprirci un varco”.

E dopo il Giro, di nuovo il Tour: quarto. “Pesenti – scriveva Henri Desgrange su “l’Auto” – è così robusto, così resistente, così energico, che potrà ancora benissimo competere quando sarà nonno”. Tone portava con sé un rammarico, un episodio sul Tourmalet: “Avevo le mani così intorpidite che, dopo la foratura, per staccare il tubolare dal cerchione dovetti afferrarlo con i denti e fare strappi violenti”. E con Vittorio Varale della “Stampa” commentò: “Per fortuna ho denti sani”. Erano tempi in cui quasi tutto era lecito, a cominciare dalle spinte. A forza di sentire i corridori implorare “poussez”, spingete, agli spettatori lungo le salite, Pesenti si adattò, piegando la testa sul manubrio per non farsi riconoscere come italiano. “Ma quando il trucco viene scoperto – spiega Ildo Serantoni nella biografia “Antonio Pesenti – una vita da corridore” (Bolis) – rischia di essere buttato giù dalla bicicletta”. Resterà nel mondo del ciclismo, il Gatto di Zogno: come ciclista, con un negozio a Bergamo in via Tasso, e come padre di Guglielmo, pistard, che alla fatica delle salite avrebbe preferito l’ebbrezza della velocità.

Il gatto sarebbe il ciclista ideale

Il gatto rappresenta il corridore ideale. Agile, veloce, elastico. Leggero, elegante, muscoloso. Dotato di riflessi pronti e senza pari. Salta (ma non sui pedali, che non ha), si arrampica (anche su superfici verticali, sfidando la forza di gravità), corre (insegue, fugge, sfreccia). Silenzioso, attento, cauto, è in grado di percepire anche il più tenue fruscio, ma pronto a trasformarsi da buono a cattivo, da affettuoso a crudele, da gregario a capitano. In questo caso mostra le unghie e artiglia. E quando cade, ha l’abilità di atterrare – in piedi – sulle zampe. E più cade da un’altezza maggiore, più facilmente ritrova l’equilibrio e attutisce la caduta.

Così, “the harder they fall, the harder they come” (Bob Marley), più dura è la caduta, più dura è la risalita, cioè più è serio un incidente e un infortunio, più difficile sarà rialzarsi e ripartire, stavolta suona falso. Il gatto è un animale ciclistico: la bicicletta non si vede perché è… incorporata. Il gatto fa parte di una squadra, anzi, di un grande gruppo (i felini), ma predilige l’autonomia. Se c’è “un uomo solo al comando” (così disse il radiocronista Mario Ferretti annunciando Fausto Coppi), quello è il gatto. Solo, ma disposto a stare anche in gruppo o a formare un gruppo, ma sempre pronto a evadere per conquistare traguardi volanti o premi. Ed è un corridore ideale non solo per le sue qualità fisiche, ma anche per la sua intelligenza tattica e strategica, per la sua sensibilità emotiva e competitiva, per il suo talento e istinto. Come un ghepardo, come un leopardo, ma in formato “small” e “light”. E considerando la diffusione in Italia, a chilometro zero. Il gatto è un predatore anche feroce. Uccelli, rettili, mammiferi. Preda per istinto, ma anche per caccia e divertimento.

Aspetta, salta, si lancia, colpisce, ferisce, uccide, mostra la preda o la vittima, poi smette di essere Superman (nella sua versione selvatica), torna Clark Kent (nella sua versione domestica) e mangia le crocchette (e forse muore proprio per le crocchette, industriali, chimiche, meno salutari di un passerotto o di un topolino). Perché il gatto domestico conserva il suo istinto di attaccante, proprio come i corridori che, all’ultimo chilometro, sentono moltiplicarsi le forze per sprintare. Il cane, ad esempio, no. Così il gatto domestico, sfrattato, sopravviverebbe. Il cane no. Anche il gatto vive le alti e bassi della vita, epoche in cui era venerato, epoche in cui era perseguitato. Un destino che, per loro fortuna, risparmia i corridori.