Finale di Champions League: Psg-Arsenal, confronto spagnolo tra due approcci distinti.

Finale di Champions League: Psg-Arsenal, confronto spagnolo tra due approcci distinti. 1

Luis Enrique 

Budapest – I giocatori dell’Arsenal si dedicano a eseguire strani girotondi, tutti uniti per mano, incluso Arteta, formando due cerchi che si aprono e si richiudono all’improvviso, come se stessero partecipando a una danza rituale. I membri del Psg, invece, si muovono con eleganza, cercando di superarsi a vicenda con giocate di grande effetto, mentre Luis Enrique siede su un pallone, osservandoli con un’espressione quasi affettuosa. Tutti ridono, sia quelli dell’Arsenal che quelli del Psg, come se questa finale di Champions non avesse alcun peso, né per chi aspira a scrivere la storia vincendola per la seconda volta di seguito, né per chi desidera entrarne a far parte, considerando di non averla mai conquistata.

Mikel Arteta (reuters)

dell’Arsenal in testa, rappresentante in carne e ossa della squadra inglese dal forte legame con la Francia, sia per il lungo periodo storico di Wenger (che, però, ha perso la Champions in finale contro Messi) sia per i numerosi giocatori con cognomi accentati (Vieira, Pirès, Petit, oggi Saliba) che hanno contribuito alla storia del club. Tuttavia, oggi sarà principalmente una questione tra questi due allenatori spagnoli, tanto speciali quanto un po’ eccentrici, che si somigliano quasi unicamente nella loro ossessione per la diversità, per l’unicità e per le strategie tattiche e mentali con cui hanno allestito due squadre straordinarie nella loro particolarità, dove non ci sono stelle di primissimo piano (l’anno scorso Dembélé ha conquistato il Pallone d’oro a nome di tutti, ma non è certo il giocatore più forte del mondo) e la grandezza della squadra è stata costruita gradualmente, anche attraverso le assenze: tre settimane fa, Luis Enrique ha invitato a cena l’intera squadra per il suo compleanno, ma lui non era presente; una settimana fa, i calciatori dell’Arsenal hanno voluto guardare tutti insieme Bournemouth-City, la partita che ha assicurato loro la Champions, ma Arteta non era lì, è rimasto per due ore a vagare per casa con la tv spenta e il telefono lontano, finché suo figlio, tra pianti e risate, gli ha annunciato che era diventato campione.